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Cime Tempestose: abiti che emozionano, rosso protagonista

  • Immagine del redattore: Madi Sartoria
    Madi Sartoria
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Dal costume alla scenografia: il rosso come linguaggio di regia che attraversa lo spazio, modella la luce e si trasforma in atmosfera narrativa attorno a Margot Robbie.



Ci sono film che raccontano una storia.

E poi ci sono film che la incidono nella retina.

In Cime Tempestose, la regista Emerald Fennell costruisce un melodramma visivo dove il colore non accompagna la narrazione: la domina. Non è decorazione, è dichiarazione d’intenti.

Tu lo senti subito. I toni cupi, brughiera, vento, ombre gotiche quasi fangose. Poi, come una ferita che si apre, irrompe il rosso. Non un rosso qualsiasi: un rosso che pretende attenzione.



Il rosso come destino

Rosso è amore, certo. Ma è anche ossessione, possesso, brama, vendetta. È desiderio che non conosce misura. È impulso che non si lascia contenere.

In questo film non è un semplice simbolo decorativo: è un elemento strutturale, quasi architettonico. Non compare per abbellire, compare per definire.

Il rosso costruisce gerarchie emotive. Stabilisce chi domina la scena e chi ne è travolto. Quando appare, lo sguardo non ha alternative: viene guidato, costretto, catturato.



La gonna di Cathy che si specchia nel pavimento rosso lucido del salone non è solo un’immagine suggestiva.



È un raddoppio. È un’eco visiva che amplifica il sentimento. Il corpo si riflette in una superficie che sembra liquida, instabile, quasi sanguigna. La scena non è più un salone aristocratico: diventa un luogo simbolico.

E poi il contrasto chirurgico tra il bianco della camicia e il bianco marmoreo delle pareti. Un bianco freddo, quasi sacro. Il rosso in mezzo a quel candore sembra un atto di profanazione. Come se l’emozione irrompesse in uno spazio che pretende purezza e controllo. Un altare, sì. Ma non consacrato: incendiato.

Non è un caso che i colori degli abiti sembrino “chimicamente correlati” alle atmosfere. Non è solo coerenza cromatica, è sincronia emotiva.

Quando la vita si fa opulenta, i tessuti scintillano, si espandono, occupano spazio. Quando l’anima si oscura, la palette si contrae, si raffredda, si ritrae.

È come se il colore reagisse agli stati interiori.

Il rosso qui non veste. Non accompagna. Non suggerisce.

Afferma.

Afferma un’identità, afferma un desiderio, afferma un destino.

E ogni volta che ritorna, non ci chiede di osservare. Ci chiede di sentire.




E poi il rosso si libera dagli interni e si espande nel paesaggio.

Nelle scene a cavallo il cielo non è un semplice tramonto. È un orizzonte incendiato. Un rosso saturo, quasi irreale, che inghiotte le figure e le trasforma in silhouette nere. I corpi diventano ombre, presenze archetipiche, mentre il cielo domina tutto.

Non è una scelta naturalistica. È una scelta emotiva.

Quel rosso non descrive il tempo atmosferico. Descrive lo stato interiore. È un cielo che brucia come brucia il desiderio.

È una volta che schiaccia, che incombe, che amplifica la tensione.

La figura a cavallo contro quel fondale non è più un personaggio realistico: è un mito. È un’icona romantica sospesa tra estasi e rovina.

Qui il rosso non veste: assorbe.

Non illumina: avvolge.

Non fa da sfondo: diventa destino.

Quando il cielo diventa rosso, non stiamo più guardando una scena: stiamo guardando un’emozione che ha preso forma.

E il contrasto con il nero delle sagome rafforza tutto. Nero e rosso. Vita e ombra. Passione e perdita. È una dialettica visiva primordiale, quasi ancestrale.

Il rosso, in queste immagini, smette definitivamente di essere colore decorativo. Diventa elemento cosmico. Diventa atmosfera totale.


Il corpetto “impossibile”

Il corpetto rosso e bianco, quasi da birraia bavarese, nella prima apparizione di Cathy adulta ha fatto discutere. I critici hanno cercato di collocarlo in un periodo preciso, senza riuscirci.

Ma forse l’errore è proprio questo: voler catalogare.

Se la regista mescola Tudor, georgiano, vittoriano e suggestioni anni ’50, lo fa per creare una temporalità sospesa. Un’Inghilterra mentale, non storica. La coerenza non è cronologica: è emotiva.

Il rosso negli abiti di Cathy assume forme diverse, ma mantiene la stessa intensità simbolica.

A volte è pieno, compatto, protagonista assoluto. Occupa spazio, cattura lo sguardo, impone presenza. È il rosso dell’affermazione, della centralità emotiva.

Altre volte si riduce a dettaglio: una linea, una spallina, un ricamo, un fiocco, un orecchino. Ma proprio perché misurato diventa più tagliente. In un contesto freddo o neutro, basta poco rosso per creare tensione. È un segno che rompe l’equilibrio.

E poi c’è il rosso che si intreccia al bianco, che si posa come un motivo organico sul tessuto chiaro. Non domina, ma trasforma. Non urla, ma altera la purezza.

Volume, segno, ornamento.Presenza, ferita, memoria.

In ogni variazione il rosso non è mai decorativo. È sempre un punto di forza visiva e narrativa. Anche quando sembra lieve, lascia traccia. Le foglie rosse ricamano il corpetto e poi invadono maniche e gonne, come se la natura stessa volesse marchiare Cathy.


Il mantello nella neve
Una mantella con cappuccio del XVIII secolo esposta al Metropolitan Museum of Art
Una mantella con cappuccio del XVIII secolo esposta al Metropolitan Museum of Art

 

E poi arriva lui: il mantello rosso nel paesaggio innevato.

Un’immagine da fiaba crudele. Rosso Cappuccetto, sì. Ma anche icona settecentesca: esemplari simili sono conservati al Metropolitan Museum of Art di New York. Il contrasto con il bianco della neve è quasi violento, teatrale, volutamente artificiale.

Qui Fennell gioca con la citazione storica, ma la usa come arma narrativa. Non vuole essere filologicamente corretta. Vuole essere memorabile.


I mantello, il fuoco, i vasi, il pavimento: rossi come pennellate di un quadro
I mantello, il fuoco, i vasi, il pavimento: rossi come pennellate di un quadro

Anche qui il rosso racconta.

L’interno del salone è bianco, ordinato, quasi austero. Poi irrompe l’abito rosso, voluminoso, materico, che spezza l’equilibrio. Il pavimento lucido lo riflette e lo raddoppia, mentre il fuoco nel camino riprende la stessa tonalità: il colore non è dettaglio, è sistema.

Qui il rosso non accompagna la scena. La domina.

Il nero dell’uomo crea un contrasto netto. Contiene e insieme amplifica il rosso. L’abbraccio resta ambiguo: passione o controllo? Protezione o possesso?



La mano di Jacqueline Durran

Dietro tutto questo c’è Jacqueline Durran. Un'artista che con i costumi non gioca: li orchestra.

Ha vinto l’Oscar per i costumi con Anna Karenina e con Piccole Donne. È stata candidata per La bella e la bestia, Orgoglio e Pregiudizio e anche per Barbie, dove ha dimostrato che il suo talento va ben oltre il rosa.

In un’intervista a Vogue racconta che Fennell lavorava al progetto da oltre un anno e aveva raccolto riferimenti che spaziavano dal periodo Tudor agli anni ’50, da Thierry Mugler ad Alexander McQueen, dall’epoca elisabettiana a quella georgiana e vittoriana, fino al cinema del Novecento.

La sfida? Distillare tutto questo in costumi che non fossero collage, ma linguaggio.

Ed è qui che si vede la maestria: nulla è citazione didascalica. È atmosfera interiorizzata.


Una parentesi: non solo rosso


L’abito bianco nella brughiera, con quello strascico che sembra una scia d’anima, è un’immagine di sospensione. Il bianco qui non è solo purezza: è attesa, promessa, possibilità.

Poi la stessa struttura si oscura. Il nero prende il posto della luce, il velo diventa ombra. È come se la forma restasse identica ma il significato si ribaltasse. Stesso impianto, destino diverso.

Bianco, rosso, nero. Albedo, rubedo, nigredo.

Le tre fasi fondamentali dell’alchimia occidentale non parlano solo di trasformazione della materia, ma soprattutto di trasformazione interiore. Una trasformazione in cui il colore racconta il passaggio dalla promessa alla combustione, fino alla cenere. Non è solo evoluzione estetica, è metamorfosi emotiva.


E poi arriviamo all'abito nero bluastro, quasi lunare. Materico, contemporaneo. Lattice (che poi non è lattice) che cattura la luce e la restituisce fredda.

Persino il direttore della fotografia Linus Sandgren ne è rimasto colpito. Perché quel tessuto non è solo costume: è superficie riflettente che dialoga con la luce.

E qui il film smette definitivamente di essere “period drama”. Diventa mito.



E intanto Nelly è avvolta nel verde scuro.

Non un verde brillante, non un verde ornamentale. È un verde denso, terroso, quasi umido. Il verde della brughiera, del muschio che cresce lento, delle radici che tengono insieme la terra quando il vento soffia forte.

È come se portasse il paesaggio addosso.

Se Cathy è fiamma, Nelly è suolo. Se Cathy arde, Nelly assorbe. Il suo verde non cerca lo sguardo, non reclama centralità. È stabile, silenzioso, concreto. Rappresenta la continuità, la memoria, la realtà che resta quando l’eccesso si consuma.

Ed è proprio questo controcampo cromatico che rende il rosso ancora più potente. Il verde non lo spegne: lo fa risaltare. Come l’erba che rende il papavero più vivo.

Nelly diventa così una presenza di equilibrio visivo ed emotivo. Non è travolta dal colore, lo incornicia. E in quell’equilibrio si legge una differenza profonda: tra chi brucia e chi radica.

Tra chi è tempesta e chi è terra.


Ma torniamo al rosso
💔 Passionale, tossico o tragico?

Oggi si parla di amore tossico con una lente psicologica: manipolazione, dipendenza, controllo. Ma qui non siamo davanti a un caso clinico. Questo non è un amore tossico. È un amore assoluto.

Un amore che non accetta compromessi, che non conosce mezze stagioni emotive. Un amore che raggiunge il culmine nel desiderio e precipita nell’abisso del non vissuto.

Cime Tempestose non è un manuale di relazioni sane. È un poema romantico.

E i romantici non cercavano equilibrio. Cercavano tempesta.

Il rosso, allora, non è un segnale di pericolo. Diventa un segnale di assoluto.

Forse la definizione più onesta non è “tossico” né “sano”. Forse è amore radicale.

Un amore che brucia tutto ciò che non è lui.

Il rosso non è solo il colore della passione. È il colore del sangue, della vita, della ferita, dell’eccesso.

Non conosce mezze misure. Non è rosa. Non è un bordeaux educato. È rosso pieno.

E nel film appare sempre nei momenti di massima espansione emotiva. Non è mai neutro. È vertice. È apice. È strappo.

Non racconta soltanto l’eros. È anche il colore del rimpianto.

È ciò che resta quando un amore non si è potuto compiere. È il colore di una memoria che non si spegne.

Racconta un amore estremo. Un amore che conosce l’estasi e la mancanza, la carne e il fantasma.

E forse è proprio per questo che il rosso mi parla così intensamente.
Perché il rosso è anche il colore che caratterizza la nostra sartoria. È il segno distintivo di MADI, il tratto che attraversa il nostro logo come un filo rosso, sottile ma deciso.

Un filo che unisce, che cuce, che lega le storie ai tessuti, le emozioni ai dettagli. Non è solo una scelta cromatica: è una dichiarazione di identità.

Il rosso per noi non è moda. È passione per il lavoro fatto bene, è energia creativa, è coraggio di osare, è memoria artigianale che continua a scorrere tra le mani.

In fondo, come nel film, anche nella sartoria il rosso non è mai neutro.

È presenza.

È carattere.

È anima cucita addosso.


 
 
 

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